Dipendenza da sonniferi

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Dipendenza da sonniferi

Il problema trattato dal presente contributo è quello relativo all’insonnia, un problema che può riguardare secondo una recente statistica fino al 40% della popolazione italiana.Vi può essere sicuramente difficoltà ad addormentarsi, o svegliarsi spesso durante la notte, e quindi rimanere poi svegli per lungo tempo. Tutto ciò comporta una significativa e persistente stanchezza durante le ore diurne, connessa a sua volta con una particolare irritabilità, e difficoltà a svolgere la propria attività lavorativa. Come diretta conseguenza si può osservare un peggioramento qualitativo della propria esistenza (v. per es. Coccagna, 2000; Chokroverty, 2000).L’eventuale uso di sonniferi deve essere preso in considerazione con estrema cautela e consultando il proprio medico di base (Barbui, 1998); comunque, essi dovrebbero essere l’ultima scelta. Anche i farmaci da banco, quelli venduti senza prescrizione medica, contengono determinati eccipienti che possono causare dipendenza. Innanzitutto, è importante escludere che possano esserci problemi organici o psichici (Sateia, 2014).

In quest’ultimo caso, è importante prendere seriamente in considerazione un intervento psicologico (Morin e Espie, 2004) o un intervento di tipo psicoterapeutico piuttosto che farmacologico.Quando si parla di interventi farmacologici generalmente si pensa ai “sonniferi”, che sono essenzialmente dei farmaci cosiddetti ipnoinducenti, e svolgono la funzione di facilitare il sonno. Essi sono considerati spesso come l’ovvio trattamento per l’insonnia, quella a breve termine, ma non quella persistente nel tempo, in quanto i farmaci causano efetti collaterali lievi o gravi a seconda dell’uso che se ne fa, e soprattutto se si hanno in corso patologie organiche particolarmente significative (come per es. la broncopneumopatia cronica ostruttiva e il diabete).

Altresì, vi sono persone che soffrendo d’insonnia prediligono piuttosto l’uso di prodotti naturali (come ad es. la valeriana), che facilitano il rilassamento della persona, e la tranquillizzano dal punto di vista psicofisico, senza incorrere in sgradevoli effetti collaterali, dovuti all’eventuale abuso di prodotti farmacologici.Tali prodotti, come appunto i sonniferi, possono determinare nell’assuntore forme di dipendenza sia psicologica che fisica, con l’attivazione di veri e propri sintomi (già considerati diffusamente in altre occasioni soprattutto per coloro che fanno abituale uso di sostanze stupefacenti), quali: craving, astinenza e col tempo una reale assuefazione al farmaco.

La dipendenza da sonniferi è maggiore in percentuale tra le donne, soprattutto se sono anziane, separate o se sono rimaste vedove. Inoltre, le persone che ricoprono ruoli dirigenziali, o mansioni particolarmente delicate e sensibili (Martikainen et al., 2003), tendono a soffrire di tale disturbo e conseguentemente, e con facilità, ricorrono senza mediazioni al sonnifero come rimedio onnipotente.Anche in situazioni che si connotano come conflittuali in famiglia e nell’ambito della propria attività lavorativa, nonché coloro che si stanno per separare o divorziare, possono essere “normali” assuntori per esempio di barbiturici.

Tra gli effetti collaterali che ci interessano direttamente dal punto di vista eminentemente psichico, oltre agli effetti organici, e che si riscontrano usualmente con l’uso e l’abuso di sonniferi, si possono indicare per esempio: mal di testa, vertigini, stanchezza, inappetenza e confusione mentale.La dipendenza si esplicita nel momento in cui l’individuo insonne fa uso di sonniferi per un periodo assai lungo, in quanto si è abituato, con tali prodotti, ad una sensazione di serenità e tranquillità indotta artatamente. In tal modo, egli si convince facilmente che i sonniferi gli permettono agevolmente di superare un periodo particolarmente stressogeno, e quindi non ne può più fare a meno, magari aumentandone autonomamente il dosaggio (sovradosaggi), allorquando il corpo umano sviluppa il fenomeno della tolleranza (consumo incontrollato), e ciò comporta inevitabilmente problematiche ancor più preoccupanti, quali per esempio: possibile insorgenza di difficoltà nel coordinare il movimento nello spazio, sintomi ansiogeni, possibili crisi improvvise di origine epilettica, problemi di memoria (Block, Hennevin e Leconte, 1981) e di giudizio. Tale eventualità può condurre un individuo nelle situazioni più estreme: al coma e alla morte.

Proprio in merito a quest’ultima considerazione è importante accennare qui ad uno studio comparso sul British Medical Journal (BMJ), attraverso il quale si è potuto osservare che l’assunzione di questo tipo di farmaci determina un aumento del rischio di morte precoce in una misura doppia rispetto a coloro che non assumono tali farmaci. Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell’Università di Warwick, i quali hanno dimostrato che farmaci ansiolitici o ipnotici, indifferentemente considerati, produrrebbero il suddetto esito. Seppure i risultati di questo studio rappresentano un insieme di dati raccolti di volta in volta in ambito clinico, e quindi da interpretare con un approccio moderato, tuttavia si raccomanda grande attenzione nel comprendere l’entità dell’impatto di questi farmaci sulla salute psicologica e fisica di quelle persone che ne richiedono l’assunzione. Molte evidenze hanno permesso di comprendere che gli effetti collaterali di questi farmaci hanno confermato la loro significatività e pericolosità, quindi si consiglia di ridurre massimamente la dipendenza psicologica e fisica da ansiolitici e sonniferi. Essi confermano anche la bontà nell’indirizzare questi pazienti verso un trattamento psicoterapico che li possa aiutare nel superare i loro problemi (Weich et al., 2014).

Tuttavia, interrompere bruscamente l’assunzione di sonniferi con la comparsa di gravi effetti collaterali (“sindrome da sospensione”, che può persistere a partire da alcuni giorni fino a circa 1 mese), non è consigliabile. Ciò deve avvenire gradualmente, come per qualunque altra forma di dipendenza da sostanze. Interrompere bruscamente questa modalità comportamentale significa determinare ulteriori problematiche relative all’ansia, all’ipersensibilità, alla stessa difficoltà ad addormentarsi e a cefalee. A ciò, seppure in misura inferiore, si possono aggiungere problematiche ancor più significative, quali per esempio: delirio, allucinazioni, difficoltà ad esprimere emozioni e pensieri.

Quindi, i farmaci maggiormente utilizzati per questo problema sono: le benzodiazepine (in particolare gli psicofarmaci sotto forma di ansiolitici); preparati a base di bromuro; barbiturici; idrati di cloralio; alcuni derivati di questi farmaci.Vengono utilizzati anche farmaci il cui effetto è semplicemente sedativo (oltre a coloro che utilizzano come detto più sopra prodotti naturali).

Le benzodiazepine svolgono un’azione tranquillizzante e riducono significativamente la fase relativa all’addormentamento. Esse vengono utilizzate nei disturbi del sonno di media e grave entità, i cui sonniferi si differenziano tra loro a seconda della durata dell’effetto sul paziente. Oltre a tranquillizzare l’individuo e a facilitargli il sonno, allungandone la durata, le benzodiazepine agiscono come ansiolitici e rilassando l’apparato muscolare. Sono farmaci che vengono tollerati, ma devono essere somministrati sotto controllo medico per un periodo che dovrebbe andare dalle due alle sei settimane, mentre per i casi particolarmente gravi la somministrazione può giungere fino a quattro mesi. In alternativa a tale protocollo, è possibile utilizzare il farmaco per quattro settimane e sospenderlo poi per circa un mese, e riprendere la terapia per altre quattro settimane.

I preparati a base di bromuro vengono considerati come sonniferi da banco a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Successivamente anche per questi preparati sarà necessaria la prescrizione medica, in quanto possono determinare con il loro abuso dipendenza e conseguentemente cagionare effetti collaterali quasi come quelli prodotti dai barbiturici.

I barbiturici vengono considerati in questo ambito farmacologico proprio come i farmaci classici, che inducono con la loro azione al sonno. Oggi vengono utilizzati molto meno per i loro pesanti effetti collaterali, e la loro stessa efficacia è ridotta rispetto ad altre classi di farmaci; inoltre, inducono fortemente alla dipendenza. Tali farmaci agiscono modificando in primis la fase del sonno REM e i loro effetti “terapeutici” possono perdurare anche il giorno successivo alla loro somministrazione. Gli idrati di cloralio in passato sono stati responsabili di determinati effetti collaterali piuttosto fastidiosi, in quanto cagionavano spesso per esempio nausea e irritazione intestinale, e così venivano sempre più sostituiti dalle altre classi di farmaci più sopra accennati. Oggi, tali effetti collaterali sono stati eliminati con nuovi preparati, tornando ad essere utilizzati come gli altri anche perché sono considerati sicuri, ben tollerati e gli effetti non si protraggono anche il giorno successivo.

Da qualche tempo a questa parte vengono utilizzati sonniferi la cui efficacia non è persistente nel tempo, anzi si caratterizzano per una durata inferiore rispetto a quelli sopra accennati. Sono quei farmaci che contengono Zolpidem, una sostanza che permette di modificare lievemente, rispetto ad altri sonniferi, l’importante struttura del sonno. Diversi studi e ricerche hanno potuto confermare questa caratteristica che ha agito molto bene nei confronti della stanchezza psico-fisica e della deconcentrazione sulle cose da fare quotidianamente. È stato dimostrato che anche per quanto concerne l’assuefazione al farmaco, il suo potenziale è stato assai ridotto, così come con la sua sospensione non si sono venuti a creare particolari problemi come quello di un’eventuale manifestazione di sintomi d’astinenza.

Tuttavia, vi è anche il fatto secondo il quale questa sostanza colpendo il neurotrasmettitore GABA, l’acido gamma-aminobutirrico, che è poi la principale sorgente inibitrice attraverso le sinapsi del sistema nervoso (Bear, Connors e Paradiso, 2010), può determinare nell’individuo sonnambulismo, e può indurlo a sua insaputa a mangiare mentre dorme.In prospettiva, si possono considerare più realisticamente nuove sostanze emergenti nel campo dei sonniferi di derivazione chimica, come per esempio il “peptide inducente sonno delta” (acronimo di DSIP) e la melatonina. Anche per tali sostanze non vi è univoca propensione ad emettere considerazioni positive, se si tiene in debito conto che tali sostanze non hanno ancora un impiego diffuso sul territorio.

La stessa melatonina non convince del tutto quando viene presentata come rimedio miracoloso soprattutto nei casi jet-lag syndrome (quel malessere psicofisico dovuto essenzialmente quando si compiono lunghi spostamenti in aereo per la differenza del fuso orario da dove si parte e da dove si arriva), e altri disturbi relativi al sonno. Si è rivelata sporadicamente positiva per esempio nell’influenzare il ritmo sonno/veglia, ma nonostante ciò non viene confermata in modo definitivo la sua efficacia.

Se si volesse pensare, per gioco, ad un sonnifero ideale, questo dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: il suo effetto dovrebbe manifestarsi rapidamente e al contempo essere un farmaco sicuro; non dovrebbe in alcun modo andare a modificare la struttura naturale del sonno ed elicitare ugualmente la sua efficacia; non dovrebbe modificare innaturalmente la fase REM estendendola oltremodo; dovrebbe annullare almeno gli effetti collaterali più significativi; dovrebbe essere eliminata dal corpo rapidamente; gli effetti non dovrebbero perdurare anche il giorno dopo; dovrebbe mantenere in qualche modo l’efficacia nel tempo; infine, non dovrebbe interagire negativamente con altra terapia farmacologica.

 

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About Author

Dottore in psicologia clinica, laureato presso l'Università degli Studi dell'Aquila - Dipartimento MESVA. Mi interesso di dipendenze e, in particolare, di dipendenza da lavoro e relativi rischi psicosociali. Altri interessi: psicodiagnosi clinica (e giuridica), psico-oncologia (alta formazione) e, in prospettiva, psicologia pediatrica.

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