Amore alessitimico. Nessuna parola per dire “Ti amo”

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Amore alessitimico. Nessuna parola per dire “Ti amo”

 Roberta Federico

Il Romanticismo ha reso tutti noi avvezzi alle storie d’amour fou o amore folle,  sebbene continuino immancabilmente ad intrigarci. Melodrammi, romanzi, film ci hanno descritto storie di coppie che precipitano in baratri auto-distruttivi dal fascino irresistibile. Ci hanno fatto appassionare alle sorti di molti amanti dannati, votati all’annientamento personale. Quando però queste vicende diventano storie vere la situazione cambia. Storie di coppie violente, sofferenti, irrimediabilmente avvolte da un legame spento.

Nonostante producano una profonda sofferenza psichica, sono legami in cui nessuno dei due partner riesce ad abbandonare il campo ed affrontare una fisiologica separazione. Dare un senso al troppo amore ha dato vita a numerose teorie psicologiche e anche qualche “nuova categoria diagnostica”.
L’argomento è problematico e discusso ed è difficile rimanere indifferenti alle “donne che amano troppo” (Norwood, 1989). Infatti, da alcuni anni si accostano questi sofferti percorsi d’amore a dei costrutti teorici come le dipendenze affettive o co-dipendenza (Cermak, 1986).
Tali costrutti sono stati usati per spiegare le storie di quelle persone, per lo più donne, che seguono e assecondano i loro compagni “problematici”, immaturi, infedeli, vivendo in maniera dolorosa la dimensione di coppia e mettendo a repentaglio salute fisica e mentale. Sono storie fatte di violenze psicologiche e fisiche quotidiane, accompagnate da infinite giustificazioni alle azioni riprovevoli del partner.

Purtroppo, la società post-moderna ha reso, di per sé, la coppia molto insicura ed esposta; sempre più centrata sulle emozioni soggettive dei due amanti, sull’appagamento narcisistico, e libero da vincoli, la coppia esprime quello che Bauman (2004) ha definito l’era dell’amore liquido. Quale meravigliosa affettività viene così ad essere situata in una società segnata da un senso di precarietà e sfiducia, dove il futuro appare più una minaccia che una promessa. All’ampia libertà che gode la coppia fa da contraltare un senso di precarietà ed incertezza mai riscontrato prima (Giddens, 1995). Paradossalmente, il legame più potente creato dall’uomo oggi è soggetto alla grande volubilità dei sentimenti, ovvero niente di più instabile nella mente dell’uomo. Ma l’interesse principale è capire cosa veramente succede, nello specifico, nella mente delle coppie co-dipendenti.
Come già sostenuto, le partner sembrano aver vita nel pensiero dell’altro, non avvertire più le proprie necessità, ma essere assorbite dalle complessità del partner. Sembrano annichilirsi e mortificarsi nell’assecondare i desideri, i pensieri dell’altro. Se la psicopatologia ci ha abituati ai deficit di empatia, alla difficoltà di mettersi nei panni dell’altro, in questo caso si profila il contrario: un eccesso di empatia. L’altro, il partner problematico quindi incarnerebbe perfettamente un “regolatore esterno” degli stati emotivi – “tutto ruota intorno a lui” – che però finisce per offuscare il piano interiore. La percezione delle proprie emozione verrebbe così compromessa favorendo un atteggiamento “fusionale” nel rapporto con il partner. Mentre un empatia efficace e “felice” prevede la capacità di essere consapevole della differenza sé/altro (Iacoboni, 2009), diversamente, perdendo questa prospettiva, l’individuo si cala totalmente nei panni dell’altro. Bisogna, quindi, investigare le capacità empatiche di queste persone e sulle loro competenze auto-regolatorie.
Fondamentalmente nelle co-dipendenze si riscontra un uso rigido e reiterato di strategie mentali e relazionali, cicliche che stanno a significare una ridotta elaborazione delle emozioni. È un’organizzazione ad anello che descrive ricorsività rigide e resistenti per far fronte alla sofferenza, indirizzando le energie psicologiche verso l’altro e ciò che lo circonda, fino ad arrivare ad un completo assorbimento. Quest’organizzazione è orientata verso un preciso stile cognitivo- emotivo, ovvero quello di essere capacissimi di cogliere ogni più piccola sfumatura emotiva del partner, ma completamente ciechi sulle proprie emozioni. Se lo sguardo è diretto esclusivamente sull’altro, il mondo interiore diventa un territorio buio di cui è difficile decifrare i segnali. La capacità di riflettere su di sè è minima, l’anima diventa un territorio oscuro.

Questo stile cognitivo-emozionale ha riconosciuto nel costrutto dell’alessitimia una trasposizione clinica efficace e clinicamente utile. L’alessitimia non indica una specifica patologia, ma una difficoltà dell’individuo a riconoscere le proprie emozioni e ad esprimerle verbalmente. Le caratteristiche cliniche dell’alessitimia sono sostanzialmente note, come la difficoltà ad identificare, descrivere e comunicare le emozioni, distinguere fra vissuti emotivi ed attivazione fisiologica delle emozioni, la presenza di uno stile cognitivo orientato verso il fattuale e la realtà esterna. L’alessitimia ci indica sostanzialmente una difficoltà dell’individuo a definire le emozioni che non accedono ad un livello rappresentazionale e/o simbolico, compromettendo la funzione auto-riflessiva; ciò significa che si ha una difficoltà a mentalizzare le emozioni e cioè a poter descrivere anche l’aspetto rappresentazionale degli stati mentali propri e altrui, a costruire rappresentazioni di sentimenti, pensieri, desideri, credenze ed a riflettere sulle proprie intenzioni e su quelle degli altri (Caretti e La Barbera, 2005; Campos et al., 2004; Bridges et al., 2004).

Non appare temerario ipotizzare che i partner co-dipendenti abbiano sviluppato un singolare assetto alessitimico, ovvero siano capacissimi di cogliere le emozioni dell’altro (più per contagio emotivo che per capacità riflessiva), ma siano completamente oscurati sulle proprie, percepite esclusivamente come attivazioni fisiologiche anche sgradevoli, che si completano con uno stile cognitivo teso verso l’azione. Avrebbero quindi una grandissima capacità di “sentire l’altro”, percepire i suoi stati d’animo, trasformando, come temerario già detto, così il partner in regolatore “esterno” degli stati emotivi difficili da gestire. La regolazione affettiva sarebbe completamente trasferita verso il lato interpersonale (per eccesso di empatia), avendo constatato l’impossibilità di attivare processi di auto-regolazione efficaci.

Una ricerca condotta a Toronto (Taylor, Bagby e Parker,1997) si è occupata molto sulla struttura dell’alessitimia, ed ha sottolineato in diversi lavori la stretta corrispondenza tra dipendenze patologiche, disturbi della regolazione affettiva ed alessitimia. I risultati hanno evidenziato come il nucleo fenomenologico nelle dipendenze non possa essere ridotto esclusivamente al perseguimento del piacere, aspetto presente con forza nelle dipendenze da sostanze, ma che sia correlato ad una serie di esperienze che permettono di sottrarsi ad una realtà, difficilmente tollerabile ed impossibile da elaborare. Questa ipotesi su un peculiare profilo alessitimico dei soggetti co-dipendenti ha trovato diverse conferme in ulteriori ricerche, come quella condotta presso l’Istituto di Medicina e Psicologia Sistemica di Napoli (Ruggiero e Iacone, 2013) attraverso la somministrazione di un protocollo diagnostico che includeva anche la SAR – Scala Alessitimica Romana (Baiocco et al., 2005) su 41 coppie co-dipendenti. Successivamente le ricerche di Benincasa (2013) nei gruppi CoDa (Co-Dipendenti Anonimi) e quella di Riccardi (2015) svolta nei gruppi di Giocatori Anonimi ha confermato la congruità dell’ipotesi. Nella ricerca già citata, Ruggiero e Iacone hanno concluso che, “in questi soggetti, forti esperienze sensoriali (tra cui potremmo inserire anche il “folle” amore) creerebbero stati alterati di coscienza, che permetterebbero di sottrarsi a contesti relazionali infelici e coartanti. La ricerca costante e sofferta dell’oggetto da cui si dipende, quindi la compulsione a mettere in atto strategie rigide, è vista come il fallimento della pensabilità dell’esperienza. Le dipendenze da sostanze, ma quindi anche quelle comportamentali, sarebbero disturbi delle regolazione affettiva, intendendo per regolazione affettiva un processo attivo che coinvolge la dimensione neurofiosiologica, motorio-comportamentale e cognitivo esperienziale legata ad un deficit di simbolizzazione (alessitimia)”.

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About Author

Psicologo Clinico, esperta in Psicologia delle Dipendenze e Dottoranda di ricerca presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

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