DIPENDENZA DA BARBITURICI

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DIPENDENZA DA BARBITURICI

I barbiturici sono farmaci che agiscono direttamente sul Sistema Nervoso Centrale con azione depressoria (Gandini, 1961; Blass, 2007).

La sintesi dell’acido barbiturico viene compiuta per la prima volta nel 1864 dal chimico tedesco Adolph von Bayer. Lo studioso di chimica organica il tedesco Emil Hermann Fisher (insieme a Joseph von Mering), scopre nel 1903 che l’acido barbiturico può essere trasformato in acido dietil-barbiturico (commercializzato con il nome Veronal), la cui efficacia è maggiore ed ha allo stesso tempo minori effetti collaterali.

Nel 1912 viene introdotto un nuovo barbiturico con caratteristiche sedativo-ipnotiche, il fenobarbital (con il nome commerciale di Luminal).

In particolare, nel Regno Unito l’acquisto e la vendita di barbiturici non sono soggetti ad alcuna vigilanza fino al 1918. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta che i barbiturici, come farmaci, sono responsabili nel determinare dipendenza nei pazienti che li assumono. Negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, circa un milione di cittadini americani assumono tali farmaci sotto forma di pillole per poter riuscire a prendere sonno, e ormai circa cinque milioni di persone fanno uso di tranquillanti e sedativi. La Commissione per gli stupefacenti dell’ONU, nel 1960, accertata scientificamente la pericolosità nell’abuso di questi farmaci, raccomanda a tutti i paesi membri che i barbiturici siano assoggettati ad un preciso obbligo: la prescrizione medica (Cascio, 1970). In tal modo, nel 1970 con l’obbligo della prescrizione medica di Fenobarbital, secobarbital e amobarbital, così come di tutti gli altri barbiturici, essi vengono posti sotto stretto controllo da una rigida normativa. Nel 1971, con la Convenzione di Vienna, vengono inseriti nell’elenco speciale delle sostanze ad azione stupefacente. In Italia, nel 1975 con la L. n. 685, se ne regolamenta la produzione e se ne vieta la libera vendita. Oggi la prescrizione di barbiturici, rispetto al passato, è limitata a favore delle Benzodiazepine (Pantaleone, 1996). I barbiturici sono farmaci considerati per molti aspetti obsoleti in quanto dotati di alta tossicità e di un ristretto indice terapeutico, cioè la differenza tra la dose terapeutica abitualmente somministrata e la dose letale è minima. Proprio a causa di questo fatto, i sovradosaggi di tali farmaci si sono rivelati frequenti, soprattutto quando utilizzati come sedativi ipnotici. Ciò è accaduto molte volte anche nelle intossicazioni relative a tentativi di suicidio. Invece, le BDZ sono sostanze che pur producendo gli stessi effetti dei barbiturici arrecano minori problematiche collaterali ed hanno maggiori margini di sicurezza. I barbiturici vengono commercializzati in pastiglie o in capsule con gel ed assunti oralmente. Possono essere anche iniettati per endovena, ma è una modalità particolarmente pericolosa in quanto può produrre gravi effetti non solo sulle vene ma anche sullo stesso sistema circolatorio del sangue.

Essi vengono prescritti dal medico (Girardi, 2002) nei seguenti casi:

  • Per la ridurre l’ansia e facilitare il sonno (Racagni, 1988), soprattutto prima dell’introduzione delle benzodiazepine;
  • Per il trattamento delle epilessie (Amadori, 1960) come anticonvulsivanti (per es. il fenobarbital);
  • Per sedare i disturbi del comportamento acuto e grave nei casi di psicosi e nevrosi (Meyer, 2009);
  • Per il trattamento di eventi traumatici della testa;
  • In ambito chirurgico come anestetico.

Gli effetti

Gli effetti prodotti dai barbiturici sono tra loro legati dal fatto che l’insonnia spesso è determinata da specifiche situazioni ansiogene vissute dall’individuo nel suo agire quotidiano, e conseguentemente il non riuscire a dormire bene genera col tempo una significativa stanchezza psicofisica.

In tal modo, si vengono a produrre due effetti:

  1. si riduce il ritmo cardiaco;
  2. diventa più superficiale la respirazione.

La conseguenza è quella secondo la quale si ha una diminuzione della pressione arteriosa. Con l’aumento delle dosi il paziente diventa indifferente agli stimoli esterni, e gli viene indotto un sonno le cui caratteristiche sono simili a quello normale. Nell’ambito dell’attuale ricerca farmacologica, si cerca di intervenire per evitare che le proprietà ansiolitiche proprie dei barbiturici possano confondersi con quelle ipnotiche. In tal senso, come risultato si avrà che il migliore ansiolitico riduce o elimina lo stato ansiogeno dell’individuo senza dovergli produrre sonnolenza, un effetto collaterale particolrmente negativo soprattutto per chi è impegnaro quotidianamente nel proprio lavoro.I barbiturici agiscono, come già si è detto, in qualità di depressori del SNC, il cui effetto farmacologico con l’assunzione di dosi inappropriate per la cura di un determinato caso, elicita una vera e propria forma depressiva nei confronti dello stesso SNC (compreso quello vegetativo). Con l’abuso di barbiturici il paziente ottiene un sonno eccessivamente profondo, per poi passare ad una depressione dell’attività respiratoria, con la possibile conseguenza di giungere al coma e nei casi più estremi ad un arresto cardiaco.

Le tipologie dei barbiturici

I barbiturici vengono suddivisi in tre raggruppamenti tenendo conto del loro effetto farmacologico (Straffi, 1965), e cioè:

  1. barbiturici ad azione ultrabreve (circa 20 minuti);
  2. barbiturici ad azione breve (3-4 ore);
  3. barbiturici ad azione intermedia (4-6 ore)
  4. ad azione prolungata (più di 6-12 ore).

La prima tipologia di barbiturici viene utilizzata in ambito chirurgico con funzione anestetica ed iniettata per endovena. Tuttavia, essendo farmaci molto potenti possono presentare delle difficoltà nel momento in cui vengono utilizzati ed è per questo che si preparano all’uopo dosi molto ridotte anche se combinate con altre tipologie di anestetici. La seconda e la terza tipologia, ad azione breve e intermedia, vengono preferibilmente utilizzate per la loro caratteristica ipnotica. Infatti, essi inducono rapidamente al sonno, e non se ne trova traccia alcuna nella circolazione sanguigna di modo che il soggetto assuntore si sveglia abbastanza vigile il giorno seguente. In questo caso specifico, negli assuntori si può determinare l’instaurarsi di una certa tolleranza per cui si è portati ad assumerne sempre di più per giungere allo stesso effetto iniziale. Rispetto a queste ultime tipologie di barbiturici quelli ad azione prolungata hanno la caratteristica di rimanere a lungo nella circolazione sanguigna. In particolare, essi vengono utilizzati per contrastare la sintomatologia dovuta all’epilessia (v. il fenobarbital come anticonvulsivante). Gli effetti insieme sedativi e ipnotici sono particolarmente pesanti, e per questo motivo si cerca in qualche modo di attenuarne la significatività.

Gli effetti indesiderati

Nei barbiturici gli effetti indesiderati sono caratterizzati soprattutto dalla possibilità di determinare assuefazione al farmaco, che può sfociare nella tossicomania (Oliverio, 1980). Essi agiscono, come più sopra si è detto, sedando il paziente e determinando una fastidiosa e persistente sonnolenza, e se si associa ad esso alcol, benzodiazepine, eroina, oppiacei e tranquillanti l’effetto si intensifica ulteriormente (Oliverio, 1980).

Quando l’abuso di barbiturici diventa sistematico nel tempo si vengono ad esplicitare specifici disturbi quali:

  • rallentamento significativo del pensiero;
  • labilità dal punto di vista emotivo;
  • trascuratezza estrema nel vestire e nell’igiene personale.

Allo stesso tempo si riscontrano problematiche di origine neurologica, come per esempio la difficoltà ad esprimersi attraverso l’articolazione delle parole, e l’insorgere di movimenti non coordinati come quelli molto simili all’atassia, cioè perdita della coordinazione relativa ai muscoli volontari (Kranzler, 2014). La preoccupazione maggiore diventa seria con lo sviluppo della tolleranza al farmaco, per cui il paziente può giungere ad ingerirne fino 2 gr. al giorno. Una persona che non ha raggiunto questa modalità di assunzione se ne ingerisce 3 gr. la dose è sufficiente per condurre alla morte. Il livello di tolleranza del farmaco in una persona può oscillare tra lo 0,4 e lo 0,8 gr. al giorno oltre i quali è già possibile parlare di intossicazione.

Astinenza e dipendenza

Con l’insorgere della dipendenza da barbiturici il paziente è costretto ad assumere sistematicamente dosi significative di tali farmaci per evitare che possano emergere conseguenti sintomi caratterizzati da particolare intensità (Glatt, 1979). Se il farmaco viene sospeso nel paziente non emergono sintomi di intossicazione almeno per le successive 8 – 10 ore, oltre le quali hanno inizio sintomi quali per esempio nervosismo e tremori. Il giorno successivo è possibile che facciano la loro comparsa le convulsioni molto simili agli attacchi epilettici, e queste possono manifestarsi anche per un’intera settimana. Le convulsioni sono poi sostituite da sintomi tipicamente allucinatori (caratterizzati da angoscia), determinando nel soggetto una fase delirante (molto simile al delirio tremens). A volte la sindrome da astinenza può condurre al decesso del paziente. Tuttavia, tale sindrome può limitarsi alternativamente a crisi convulsive o a forme di delirio. Dal momento che la dipendenza da barbiturici è alquanto diffusa, la si può lecitamente sospettare, da parte medica, quando una persona apparentemente in salute viene ricoverata in ospedale conseguentemente all’insorgenza di sintomi di natura allucinatoria. Nel caso in cui tale sospetto venga confermato ci troviamo di fronte ad vera e propria forma di tossicodipendenza che deve essere trattata accuratamente, riducendone progressivamente il dosaggio assunto almeno di 0,1 gr. al giorno (se non compaiono disturbi di astinenza, e in tal caso il dosaggio raggiunto fino a quel momento viene mantenuto inalterato ancora per qualche giorno). Successivamente, dopo due o tre settimane entro le quali dovrebbe risolversi la dipendenza da barbiturici, è fondamentale per il paziente intervenire nell’area psichica danneggiata da tale abuso. Con l’assunzione sistematica di barbiturici, al di là della prescrizione medica, si ha sostanzialmente l’insorgenza di una intossicazione, la cui forma è quella dell’assuefazione e conseguente dipendenza, forma che assomiglia a quella tipica riscontrabile nell’abuso di droghe. Come altre forme di dipendenza, anche questa può elicitarsi in persone probabilmente con una psiche disturbata. Esse sono persone depresse o nevrotiche, e il problema potrebbe originarsi proprio con l’intervento farmacologico nei confronti di tali forme psichiatriche (Bressa, 1993).

 

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About Author

Dottore in psicologia clinica, laureato presso l'Università degli Studi dell'Aquila - Dipartimento MESVA. Mi interesso di dipendenze e, in particolare, di dipendenza da lavoro e relativi rischi psicosociali. Altri interessi: psicodiagnosi clinica (e giuridica), psico-oncologia (alta formazione) e, in prospettiva, psicologia pediatrica.

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