Gambling e trattamento, una via di fuga dal gioco

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Gambling e trattamento, una via di fuga dal gioco

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo è una malattia progressiva che intacca varie aree della vita della persona che ne soffre. Data la complessità del disturbo, sarà molto utile intervenire con un approccio che integri diverse modalità di trattamento.

Il primo passo riguarderà la valutazione del soggetto, ossia, stabilire se sussiste o meno un problema di gioco patologico ed, eventualmente, quanto è grave la situazione. Di fondamentale importanza sarà indagare la presenza di patologie concomitanti che potrebbero determinare il tipo di trattamento da prediligere. Una volta appurato che ci troviamo di fronte ad una situazione di dipendenza da gioco, dovremo necessariamente cercare di stabilire un accordo con la persona che implichi la sua adesione alla cura e che tenga conto delle sue aspettative sul percorso terapeutico da intraprendere (Carreri, 2003).

Uno dei primi problemi da affrontare nell’intervento con i pazienti giocatori è la distorsione nella percezione della realtà (Ladouceur et al. 2003). Il gambler, decide di intraprendere un percorso terapeutico a seguito di una situazione ormai ingestibile da un punto di vista finanziario e familiare e, spesso, a seguito di un ultimatum o di un vero e proprio abbandono da parte del coniuge (Custer, 1982). Il giocatore, dunque, si presenta all’attenzione terapeutica ritenendo che il problema da risolvere siano i debiti e non il gioco; sarà, pertanto, fondamentale riportare il focus del problema dalla crisi economica al comportamento, aiutando il paziente a distanziarsi, per un attimo, dalla questione del gioco al fine di poterne cogliere il lato distruttivo intrinseco in esso; Ladouceur, a tal proposito, suggerisce uno strumento che consiste nel rappresentare, annerendo l’interno di un cerchio vuoto, il posto che il gioco occupa nella vita del paziente, in modo tale che egli, da solo, si renda conto delle rinunce fatte a causa del Gambling (Ladouceur et al., 2003).

Introdurre degli interventi di tipo educativo, in questa fase iniziale del trattamento, risulterà molto utile soprattutto in termini preventivi; infatti, informare sul gioco d’azzardo, sulle sue origini, indagare le ragioni per le quali le persone giocano, valutare il ruolo del denaro o, ancora, come il gambling diventa una patologia e quali situazioni lo mantengono, contribuisce a rendere il giocatore maggiormente attento delle circostanze che si trova a vivere, aumentandone la possibilità di discriminare. Attraverso la psico-educazione vengono anche illustrate al giocatore le prime misure da prendere per consentire una buona riuscita del processo di guarigione, quali ad esempio: controllo finanziario, lista dei debiti e astinenza dal gioco (Capitanucci & Carlevaro, 2004); a tal proposito, ricordare al paziente che la malattia si può sospendere e cioè che deve rimanere astinente, sarà fondamentale in quanto, diversamente, la possibilità di ricaduta sarà sempre dietro l’angolo (Guerreschi 1998). L’intervento educativo dovrebbe chiarificare al paziente il rischio di eventuali ricadute e fornire spiegazioni su come affrontarle. La psico-educazione risulterà utile, oltre che nell’incrementare la compliance al trattamento del paziente, anche con i suoi familiari, dei quali, il supporto è spesso indispensabile in alcune situazioni.

A questo punto la valutazione degli aspetti cognitivi che guidano il comportamento del giocatore è di cruciale importanza. Sembra infatti che pensieri erronei associati al gioco, attivino un bisogno impellente di giocare (craving), conducendo a comportamenti di gioco patologico con recidive frequenti che, contemporaneamente ad un deficit nel controllo dell’impulsività, dovuto a scarse capacità di coping e di problem solving, all’incapacità di rimandare la gratificazione e ad una scarsa flessibilità nel rielaborare le proprie convinzioni, creino una situazione altamente patologica. Sarà fondamentale dunque aumentare la consapevolezza del paziente sugli errori cognitivi legati al gioco affinché, egli stesso, possa metterli in discussione, preparando così un terreno fertile per un intervento di ristrutturazione cognitiva. Infatti, far esprimere al paziente i pensieri legati alla convinzione di vincere o di prevedere un risultato, evidenziandone le principali distorsioni cognitive e le conseguenze che queste hanno sul proprio processo decisionale, gli permettono di mettere in dubbio più facilmente i propri pensieri irrazionali e di poter finalmente considerare la rinuncia al gioco come una scelta ragionevole e non più come una privazione; a seguito della messa in discussione degli errori cognitivi, il paziente, dovrà impegnarsi, con l’aiuto del terapeuta, nell’identificare nuovi pensieri, per lui significativi, che lo aiutino a recuperare il controllo e a dominare il desiderio di giocare (Ladouceur et al., 2003).

Attraverso il percorso terapeutico, il paziente giocatore, prenderà anche consapevolezza dei propri limiti e delle sue reali possibilità, dei propri bisogni e desideri che gli consentiranno di fissare obiettivi raggiungibili. Inoltre, il paziente sarà supportato nel riscoprire interessi che aveva in precedenza o nel trovarne di nuovi che sostituiscano il gioco (Carreri, 2003).

In alcuni casi, la figura di un tutor che si occupi degli aspetti finanziari accompagnando il paziente nel risanamento dei debiti, risulta molto utile; il tutor, infatti, allevierà lo stress dovuto alle pressioni economiche e aiuterà il paziente a recuperare un rapporto sano con il denaro che durante la malattia ha perso il suo valore ed è stato sperperato (Guerreschi, 1998; Capitanucci & Carlevaro, 2004).

Durante tutto il corso della terapia potrà risultare utile l’utilizzo di una scheda di automonitoraggio in cui, il giocatore, potrà misurare su una scala da 0 a 100 il proprio livello di autocontrollo in rapporto al problema del gioco, al desiderio di giocare, alla frequenza di gioco e all’ammontare del denaro speso, rendendolo consapevole dell’intensità del suo problema e, allo stesso tempo, dei miglioramenti avvenuti in terapia (Ladouceur et al., 2003).

Ricordiamo l’importanza dei gruppi di auto-aiuto, Gamblers Anonymous (GA), quale riferimento, esterno alla terapia individuale o di gruppo, indispensabile nel percorso di recupero dalla dipendenza da gioco.

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About Author

Coordinatore del BART. Dottore in Psicologia clinica ad indirizzo criminologico, specializzata in psicologia giuridica ed in scienze forensi, analisi investigativa, intervento sulla scena del crimine e criminal profiling. Mi interesso di ricerca nell’ambito delle new addictions, del sexual offending e dell’impiego delle nuove tecnologie in ambito trattamentale.

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