LE DIPENDENZE DA SOSTANZE STIMOLANTI

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LE DIPENDENZE DA SOSTANZE STIMOLANTI

Gli stimolanti sono quelle sostanze che stimolano in modo particolare il cervello, e conseguentemente “aiutano” l’individuo che ne fa uso ad aumentare l’attenzione e l’attività fisica. In questa tipologia vengono ricomprese, in particolare:

  • Le amfetamine (e metamfetamine);
  • La cocaina e il crack, che rappresenta la cocaina allo stato puro (Arnao, 1993);
  • I nitriti di amile, butile e isobutile assunti per inalazione, e assorbiti dai lipidi del cervello.

È possibile ricomprendere in questo succinto elenco anche la caffeina, presente per esempio nel caffè ma anche nel tè e in talune bevande analcoliche, pur essendo una sostanza caratterizzata da una leggera forza stimolatrice. Tuttavia, attiva una certa dipendenza, con annessa sintomatologia da astinenza nel momento in cui il soggetto ne interrompe l’assunzione (Monographs of the Mario Negri Institute for pharmacological research – Milano, 1993). Le sostanze in oggetto che vengono maggiormente assunte, spesso abusandone nelle dosi e nella frequenza, sono: la cocaina, il crack (Kozel e Adams, 1986) e le amfetamine, e in misura inferiore anche gli inalanti. L’azione di queste sostanze è specifica per ognuna di esse. Infatti, se prendiamo per un attimo in considerazione proprio quest’ultima tipologia di stimolanti, quella dei nitriti, essa determina una artificiale dilatazione dei vasi sanguigni. La cocaina, così come il crack, agisce alterando il livello della serotonina (5-HT) un importante neurotrasmettitore che è significativamente presente nel nostro cervello. Invece, le amfetamine sono protagoniste nel contribuire oltremodo al rilascio di adrenalina (Roques, 2002). Se l’azione non è uguale per tutti, gli effetti si rassomigliano molto, nel senso che agiscono nello stimolare le attività generali di un individuo, quali: la sua energia, la lucidità e la velocità nel formare il pensiero. La dipendenza da amfetamine.  Queste sostanze agiscono potentemente sul SNC, e ne determinano una importante dipendenza psicologica, e con l’assuefazione nell’assumere tali sostanze si possono ingenerare danni di tipo neurologico particolarmente significativi, e menomazioni in aree vitali dell’individuo. Le amfetamine determinano un accumularsi di dopamina (DA) con l’impossibilità di un suo riassorbimento, e un incremento del livello di adrenalina e noradrenalina (NA). Proprio conseguentemente a questa accumulazione si può osservare una iper-stimolazione cerebrale con vive sensazioni di euforia e benessere. Altre sensazioni emergenti dall’assunzione di queste sostanze possono citarsi: un forte sviluppo della vigilanza e della concentrazione, un grande senso di potenza sia fisica che psichica, e la scomparsa della percezione relativa alla stanchezza e alla fame. La metabolizzazione delle amfetamine, così come la loro eliminazione all’interno dell’organismo, avviene molto più lentamente se rapportate alla cocaina, per cui gli effetti permangono più a lungo e sono più intesi ma anche maggiormente dannosi per l’individuo. Il chimico americano, Gordon Alles, sintetizza per la prima volta negli Anni Trenta del secolo scorso le amfetamine, nella sua azione di ricerca di sostanze utili per quei farmaci concepiti contro l’asma, al fine di sostituire l’Efedrina (come principio attivo), la cui estrazione non era delle più facili (Snyder, 1974). In tal modo, le amfetamine si rivelano molto efficaci nella cura delle affezioni asmatiche e per le loro proprietà particolarmente stimolanti. Le amfetamine vennero successivamente distribuite, proprio per la loro azione stimolante, durante la seconda guerra mondiale, all’esercito americano, per renderlo più efficiente e per dare un supporto psicologico ai loro soldati. Nel dopoguerra gli studenti americani le assumono regolarmente durante il loro percorso di studi, e le persone in genere le consumano di fronte ad esaurimenti di natura nervosa e depressogena, ma vengono consumate anche per dimagrire (Goode, 1972). Si giunse all’epoca, e ancor più oggi, ad una vera e propria dipendenza, con conseguenti danni dal punto di vista psicologico e fisico. Queste sostanze hanno una diffusione e un consumo enorme, in quanto gli ingredienti sono economici e facilmente reperibili per poterle produrre. Esse possono essere utilizzate anche come eccipienti dell’LSD o dell’Ecstasy. Le amfetamine si possono fumare, sniffare, ingerire o iniettare per via endovenosa; con quest’ultima modalità l’attivazione degli effetti è immediata (mentre per le altre vi occorrono alcuni minuti). Le metamfetamine sono simili alle amfetamine dal punto di vista chimico, ma producono effetti più marcati sul SNC; come le amfetamine danno grande euforia e sensazione di benessere, aumentano l’attività psico-fisica unitamente ad una minore sensazione di stanchezza e fame (Anglin et al., 2000). Con l’assunzione delle metamfetamine si ha un iniziale “flash”, che dura alcuni minuti, seguito da grande agitazione che può durare dalle 3 alle 6-8 ore. L’abuso e la conseguente dipendenza da amfetamine determina nell’individuo tolleranza (Comer et al., 2001), astinenza e comportamenti impulsivi (continui pensieri relativi al bisogno di procurarsi e consumare tali sostanze), danneggiando la persona in ogni ambito del suo agire: sociale, familiare, affettivo e lavorativo. Nel momento in cui la loro assunzione si interrompe, possono emergere da un punto di vista psicologico, per esempio: ansia (intensa ma temporanea), depressione, insonnia (l’individuo può rimanere sveglio anche per 2-3 giorni di seguito), paranoia e aggressività. Per ovviare a tale stato sintomatologico la persona torna a consumare queste sostanze diventandone dipendente. Nello specifico, e a livello psicologico, consumare continuativamente amfetamine può determinare ugualmente stati ansiogeni, insonnia, alterazione significativa dell’umore, ossessioni e manifestazioni aggressive verso gli altri. Anche se non vi sono sistematicamente presenti, possono emergere anche sintomi psicotici molto simili alla schizofrenia (Angrist, Lee e Gershon, 1974), per es. con allucinazioni uditive/tattili e deliri, comportamenti antisociali, fino a giungere a importanti ideazioni suicidarie (Durkheim, 1996). Anche dal punto di vista fisico si possono manifestare importanti e significative disfunzioni: disturbi della vista, vertigini, problematiche cardiologiche (tachicardia o bradicardia) e vascolari, tremori, diminuzione della fame, epatite e virus (per esempio l’HIV, quando l’assunzione avviene per endovena e con scambio di siringhe). Inoltre, si possono osservare danni neurologici particolarmente gravi e con il rischio di morte per overdose, successiva ad una crisi cardiocircolatoria. La dipendenza da cocaina. Tale dipendenza è dovuta all’assunzione continua ed eccessiva nel tempo di questa sostanza, il cui principio attivo lo si estrae dalla pianta della Coca, che si trova preferibilmente nell’Altopiano andino, in America Latina. L’assunzione può essere assunta oralmente, oppure respirandola o inalandola, ma anche per via parentale (per esempio per endovena). Tuttavia, l’assuntore generalmente predilige la modalità inalatoria. Con la sua assunzione, la sostanza oltrepassa con una certa rapidità la barriera ematoencefalica, che rappresenta una specializzazione dei capillari cerebrali volta a limitare il movimento per esempio del potassio nel fluido extracellulare del cervello (Bear, Connors e Paradiso, 2010). Quando si assume la cocaina si viene a determinare un’intossicazione con una fase iniziale che si caratterizza per piacevolezza ed euforia, e successivamente subentra una certa sgradevolezza nel momento in cui pian piano svanisce l’effetto (Merzagora Betsos, 1997). È questo il momento centrale in cui si viene a sviluppare la dipendenza verso la sostanza (Khantzian, 1985). Con lo sviluppo della dipendenza la persona pone in atto un insieme di comportamenti, che si ripetono nel tempo per fornirsi della sostanza con grande dispendio di tempo ed energia. Questa modalità comportamentale va ad incidere significativamente con connotazioni particolarmente negative, per esempio nella sfera lavorativa e in quella famigliare. Da qui si originano problemi famigliari molto gravi e la persona stenta a riconoscere ciò che sta accadendo. Lo sviluppo della dipendenza ha inizio anche nel momento in cui la persona usando la sostanza prova una importante sensazione di benessere psicologico e fisico. Con l’assunzione di cocaina la persona ha sempre più il desiderio di assumerne ancora, e ben presto si ha l’inizio di un decadimento fisico che prosegue con l’assunzione continua della sostanza. Poi, l’organismo si abitua col tempo alla presenza della sostanza (tolleranza), e conseguentemente si ha la necessità impellente di assumerne sempre più per poter raggiungere gli stessi effetti iniziali. Raggiunti questi livelli è possibile il rischio di overdose, in quanto la tolleranza che si è venuta a sviluppare, come detto sopra, “annulla” quasi del tutto gli effetti della cocaina, determinando nella persona l’assunzione sempre più marcata di dosi per ovviare al disagio e alla sofferenza fisica e psichica. Quindi, con l’aumento delle dosi, aumenta parallelamente anche il danno che l’organismo del tossicodipendente subisce. L’uso della cocaina così come di altre sostanze stupefacenti determinano innumerevoli problematiche organiche relative al fegato, ai reni, al cuore e al cervello. Per esempio il diabete è una conseguenza molto frequente in chi usa continuativamente droghe. Ogni qualvolta che la persona tenta di interrompere questo circolo vizioso si presenta con tutta la sua forza la crisi di astinenza, per cui egli si sente male e non è in grado di reagire con energia, accusando dolori non sopportabili. Il tossicodipendente giunge a pensare di poter vivere normalmente solo attraverso l’assunzione della cocaina. Si giunge ben presto ad uno stato molto simile a quello della “depressione”, conseguente a due specifiche caratteristiche:

  1. carenza alimentare;
  2. insorgenza di un malessere psico-fisico con la fine degli effetti.

Il disturbo conseguente all’uso di sostanze stimolanti, come la cocaina (e le amfetamine), determina un disagio o una compromissione clinicamente significativa se si inverano almeno due delle undici condizioni indicate dal DSM-5, entro un periodo di tempo di 12 mesi. Anche per la diagnosi di astinenza il DSM-5 individua dei criteri precisi come per esempio: la cessazione dell’uso prolungato delle sostanze stimolanti; l’insorgenza di un umore disforico conseguente a cambiamenti fisiologici (affaticamento, sogni spiacevoli, insonnia, …), segni o sintomi che possono cagionare disagio clinico nel sociale, in ambito lavorativo, in familgia.

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About Author

Dottore in psicologia clinica, laureato presso l'Università degli Studi dell'Aquila - Dipartimento MESVA. Mi interesso di dipendenze e, in particolare, di dipendenza da lavoro e relativi rischi psicosociali. Altri interessi: psicodiagnosi clinica (e giuridica), psico-oncologia (alta formazione) e, in prospettiva, psicologia pediatrica.

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